Da Phnom Penh a Siem Reap

È tempo di rimettersi in movimento. Caricato lo zaino sul bus, si parte per una nuova destinazione. Ci lasciamo alle spalle la caotica e urbanissima Phnom Penh per dirigerci verso la principale meta turistica cambogiana: Siem Reap.

Non vi dice nulla? Inizialmente nemmeno a me, ma Elena e Cristina dicono che vicino ci siamo cose stupende. Per adesso dal finestrino del bus mi godo la vista della campagna. Si vede che questa è una terra dove l’acqua non manca. Qui, nei fossi a bordo strada, invece dei soliti sterpi, ci sono distese di fiori di loto. Le case sono poco più di bungalow, rialzate per lo più di almeno un mezzo piano rispetto al terreno e in genere corredate di mucca al pascolo o bambini che sguazzano. Con questo caldo, come dargli torto!

Siem Reap è un città nata per i turisti. Leggende narrano che fino a pochi anni fa fosse poco più di un villaggetto, ma che, con la scoperta da parte del turismo internazionale del complesso di Angkor Wat, sia cresciuta in pochissimo tempo diventando una specie di Rimini della Cambogia. In effetti anche esteticamente la città è più moderna e superficialmente più Eurodisney rispetto a Phnom Pehn, con luminarie sui ponti ed esercizi ad uso e consumo dei turisti occidentali che probabilmente hanno prezzi minimo quattro volte superiori a quelli praticati ai locali. La cosa positiva è che la concorrenza è comunque tanta e si trovano ottimi ostelli e alberghi a prezzi più che competitivi. Noi siamo stati molto fortunati, il nostro ostello, oltre che molto carino, è anche gestito da persone adorabili. Il check out è stato quasi quasi un momento triste.

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La mia camera allo HI Siem Reap Hostel quando sono arrivato. Quando me ne sono andato… ehm… Non proprio. Sono pur sempre un cinghiale!

Nonostante serva principalmente da base per visitare i templi angkoriani, Siem Reap rimane comunque un paesone cambogiano dove non è strano vedere mucche per strada… anzi, per essere sinceri anche intorno ai templi non mancano mucche e galline. Vista la quantità di baracchini e carretti che vendono cibo, qui la filiera deve essere veramente cortissima.

La quasi assenza di gatti e la dimensione delle pantegane potrebbe dare un po’ da pensare, ma ci dicono che in zona preferiscono i serpenti!

Impressioni da Phnom Pehn

Pur essendo la capitale della Cambogia, Phnom Pehn è una città abbastanza disordinata in quello che, in teoria, dovrebbe essere il centro. Le insegne si accavallano forse più dei tuk tuk e dei suv parcheggiati sui marciapiedi. Gli odori sono forti, soprattutto la sera quando le strade sono piene di spazzatura. La pioggia qui è una doppia benedizione: abbassa un po’ la temperatura e lava via gli umori dell’immondizia abbandonata a mucchi sui marciapiedi. Ma se le strade hanno un aspetto un po’ shabby, i luoghi di culto sono un sacro luna park. O almeno questo è l’effetto che fanno a me, dato che al momento la mia sola esperienza asiatica è quella in Giappone e il contrasto mi appare impressionante. Non credo che in un tempio nipponico il Budda si troverebbe contornato da un’aureola di luci al neon e led colorati, con una cucina a fianco e gente che mangia beatamente sui gradini. Il rapporto dei cambogiani con il divino sembra essere molto più casual rispetto ai nipponici, anche se da alcune battute scambiate con i locali in pseudo inglese mi pare di capire che tutti fanno almeno un periodo come bonzi in un tempio. Si vede che qui il catechismo funziona così.

Spero comunque che nessuno si sia offeso quando mi sono messo a scherzare sul deretano delle mie amiche scimmie di pietra su una scala del Wat Phnom.

(Giotto)

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A dire il vero il Wat Phnom non mi ha colpito molto: un po’ santuario, un po’ mercato, con finti liberatori di pennuti addestrati al rientro in gabbia che stazionano all’ingresso e vari mercanteggiamenti all’interno. E comunque, il Budda con i led, fra tutti, non riusciamo proprio a mandarlo giù. Non l’abbiamo neppure fotografato. Era proprio brutto.

Certo, descritta così la città sembrerebbe poco invitante anche solo per una visita fugace, ma ci sono anche luoghi piacevoli, pacati e in alcuni casi tragicamente istruttivi.

Il nostro viaggio alla scoperta di Phnom Penh è iniziato infatti con comodo con una placida visita al Palazzo Reale, dove pare che di domenica sia anche possibile incontrare il re in persona. Sfortunatamente noi ci siamo andati di martedì e abbiamo dovuto fare a meno di questa esperienza monarchica. In compenso ci siamo goduti una piacevole visita alla Pagoda d’Argento in compagnia di pochi altri turisti.

Il palazzo nel suo complesso è gradevole, con abbondanza di superfici dorate, ma tutto sommato non stucchevole, anche se a dire il vero più che dagli edifici in sé siamo rimasti piacevolmente affascinati da alcuni particolari, probabilmente insignificanti per il resto del mondo.

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Uno è la concretizzazione di un ricordo d’infanzia: il tamarindo! Chi non ha mai mangiato i ghiaccioli fatti in casa con lo sciroppo di tamarindo non può capire l’emozione di trovarsi finalmente sotto uno di questi alberi e pensare ” cavolo, esistono davvero, non se lo è inventato la Fabbri!”

Un altro è il profumo favoloso dei fiori di un albero non identificato che avvolgeva l’aria intorno a questo Budda.Un po’ mi hanno ricordato una magnolia fiorita. Se ne sentiva l’odore a metri di distanza e sembrava quasi che l’aria lì intorno fosse più pulita.

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Uscendo dal Palazzo ci siamo fatte trascinate verso un giardinetto vicino, evitando offerte varie di beni e servizi dai vari figuri che stazionano di fronte all’ingresso. Per pura botta di fondoschiena, guidate dal dio della camminata randomica, entriamo quindi in quello che scopriamo essere un santuario con tanto di venerabile, venerando e venerato sacerdote anziano, attorniato da discepoli, che ci guarda passare con occhio distratto mentre gli altri gli si muovono intorno non si sa bene per fare cosa. E misure mignon, la postura e la pelata grinzosa del venerabile nonnetto fanno pensare alle scene tra Luke e Yoda su Deriabar.

Se tutto sommato il tempio esterno è un luogo silenzioso e raccolto, il tempio interno è sì silenzioso, è sì piu o meno raccolto, ma è un altro caso di Budda turboaureolato piazzato al fondo di una sala con pitture dai colori marcati. Qui un signore gentile ma un po’ male in arnese ci mette in mano un bastoncino di incenso, ci mostra come offrirlo alla divinità, ci piazza un braccialetto rosso al polso recitando una litania e ci invita a fare un’offerta, che ci auguriamo contribuisca al suo mantenimento più che a quello della sfavillante statuona.

Comunque, sarà l’ora serale, sarà l’ indubbia sacralità del luogo (elettro-Budda a parte), al Wat Botum regna un certa pace. Verrebbe voglia di parlare con i monaci, ma la tradizione locale impone limiti al contatto con il gentil sesso che ci sono oscuri e Giotto non parla né inglese, né khmer, quindi a malincuore rimandiamo, per non rischiare di offendere nessuno. Ci documenteremo in proposito alla prima occasione, dato che i monaci ci sembrano una interessante fonte di informazioni sulla cultura locale.

Il secondo giorno effettivo a Phnom Pehn è il giorno dei musei e del summenzionato Way Phnom, di cui non trovo particolari pregi, ma del quale ho apprezzato molto il negozio di artigianato interno.

Agganciato un tuk tuk driver simpatico che ci scorrazza praticamente per tutta la giornata, ci ritroviamo a girare tra una quantità spropositata di trimurti buddiste e statue di divinità hindu in stile locale, che a me un po’ ricorda quello di alcune statue egizie credo di datazione particolarmente remota. Questo stile e la ripetizione iconografica un po’ mi confondono, visto lo strano sincretismo locale per cui Budda è un’incarnazione di Vishnu (e non il contrario che si offendono!). E comunque io tifo per i naga. In fondo, questo è il paese dei serpenti.

La cosa bella è che mentre siamo nel museo si scatena uno strascico monsonico che ci blocca dentro una mezz’ora buona e trasforma i colori della corte interna da polverosi a brillanti. La mia scarsa capacità e quelle ancor più scarse del mio cellulare non rendono giustizia alla bellezza del contrasto tra verde e tetti bagnati.

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Per ora la sfiga è rivolta altrove e i rovesci ci trovano sempre al chiuso. Approfittiamo della “pausa pioggia” per riposare a un tavolino della corte e usciamo dal Museo Nazionale ad acquazzone finito.

Nonostante le nostre aspettative di cinghiali europei malfidati, il nostro driver ci ha atteso incurante della pioggia per portarci come concordato al museo Tuol Slang.

Di questa parte della visita a Phnom Penh non ci sono foto. Non ci sono neanche molti commenti da fare. Per le circa due ore passate in quella scuola/ mattatoio non abbiamo quasi spiccicato parola. Ci sono sensazioni che non si spiegano abbastanza bene a parole. Un eco del dolore che c’è stato in un luogo come questo secondo me rimane e riverbera anchdd se il luogo viene ripulito. Anche in uno spazio reso tollerabile al turista e in qualche modo didatticizato. Anche dopo decenni.

Dopo una giornata così non stupisce che il giorno seguente ci siamo infilati nel giro dei mercati. Un pò per vedere come sono, un po’ perché avevamo tutti bisogno di leggerezza. Cinghiali di pezza compresi.

Elena

Arrivo a Phnom Penh

La scelta di arrivare a Phnom Penh nel nostro caso è puramente logistico-economica, nel senso che il volo più economico che abbiamo trovato ci porta in Cambogia dalla Cina, con scalo a Guangzhou, in tempi tutto sommato accettabili, nonostante qualche concessione alla comodità e una strana gestione del “rifocillamento passeggeri”. In pratica, cena e ricena a distanza di 8 ore ma in compenso bevande in abbondanza. Fortuna che i bagni non mancano.

Il volo è tranquillo nonostante qualche turbolenza e alla faccia dei rating terroristici della China Southern Airways. Facciamo scalo in Cina tra il sonno e la stanchezza ed è solo al millesimo tentativo di guardare gmail dal Wi-Fi dell’aeroporto, che stranamente aveva consentito la connessione in VPN al mio pc di casa, che realizzo che forse è un problema di censura e maledico il comunismo più di quanto non faccia di solito! Vista la quasi assenza di negozi aperti alle 5 di mattina, non resta che sbragarsi su una poltroncina e dormicchiare fino al nuovo imbarco. Dire che siamo stanchi immagino sia superfluo… siamo più accinghialati del solito.

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Il volo di scalo parte con comodo e arriviamo a Phnom Penh con almeno un’ora di elegante ritardo. Anche le formalità aeroportuali non sono chiarissime (a me hanno chiesto una cosa, a Cri un’altra, con stile e modi diversi tra un addetto e l’altro). Mi vengono in mente le disavventure marocchine di qualche anno fa, ma alla fine compiliamo la entrance card e usciamo nel mondo di fuori.

Fatti due passi fuori dalla porta intravediamo stand di compagnie telefoniche dai colori assordanti e recuperiamo una SIM locale. Poi, col dubbio di essere state “male informate” sul traffico effettivo, ci dirigiamo verso il nostro hotel con il primo di una lunga serie di tuk tuk. Uno di quelli più fighetti, capiremo poi, con il nome di quella che sembra essere l’app per chiamarli su una fiancata. Concordiamo una tariffa di 6 dollari anche se siamo consapevoli che si potrebbe forse scendere di più… ma dopo 20 ore di volo scomodissimo e con pochissime ore di sonno alle spalle la voglia di stare a contrattare proprio non c’è. La sim card dimostra una resa altalenante, con picchi che vanno da 4g ad assenza totale di connessione. Confidiamo nel Wi-Fi.

Il nostro albergo si chiama Panda Hotel. È carino, pieno di motivi decorativi pandosi, ha il tempietto di ordinanza all’ingresso e si trova vicino al mercato centrale. Le strade intorno sono piene di neon, baracchini, attività più o meno comprensibili e accrocchi di tavolini e ombrelloni sotto cui bivaccano per scopi non definiti soggetti ambosessi di diverse età e diversamente abbigliati. Una costante sono comunque le infradito. Dal nonno al nipote sono quasi tutti in ciabatte, a parte i piccolissimi che camminano o gattonano su pavimenti che farebbero inorridire anche la più elastica mamma nostrana. Qui gli anticorpi hanno sicuramente dimensioni da tirannosauro.

Una cosa che colpisce di Phnom Pehn è il contrasto tra supermercati o negozi all’occidentale e sottospecie di garage adibiti a negozi e non so sa che altro,per non parlare del mercato, dove ad ogni passo qualcuno ti segue con un madame cantilenato per offrirti una qualche mercanzia.. Basta uno sguardo ai conducenti di tuk tuk per vedere di tutto: dal tipo un po’ malmesso al ragazzo ben vestito e con le mani curate, al simpatico conducente che ci ha aspettato nonostante la pioggia fuori da un museo. È vero che probabilmente i bassa stagione due turiste europee gli valgono la giornata, ma qui… Come dire… quando piove, altro che catinelle, qui sono piscine olimpioniche.

I tuk tuk a dire il vero meriterebbero un capitolo a parte. Ce ne sono una miriade. Una moltitudine di motorini carrozzati o specie di apini (spiccano anche alcuni a marchio Piaggio) fermi a ogni angolo o che sfrecciano inconsapevoli del senso di marcia, con dribbling carpiato tra auto (tutti suv, immagino per via delle strade non proprio meravigliose) e scooter di ogni marca, modello, dimensione. Non per nulla è pieno di meccanici! Una intera ala del mercato russo è dedicata alla meccanica e dalle bancarelle, invece che vestiti o cibarie, pendono matmitte.

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Questa foto è un tentativo di fotografare un incrocio con il nostro baldo tuk tuk driver che tenta di attraversare la muraglia di scooter per infilarsi contromano.

Il nostro primo impatto con la città, però, è serale, causa pisolino ristoratore protrattosi ben più della mezzoretta utopicamente dichiarata. Una passeggiata sul lungo fiume comunque riusciamo a farla ed arriviamo giusto in tempo per vedere passare uno dei vari battelli turistici illuminato a festa.

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Qui fa buio presto e da subito è chiaro che dovremmo ricalcolare i nostri orari. A quanto pare anche in Cambogia si cena coi polli! In Giappone mi ci ero abituata abbastanza bene. Qui per ora fa strano. In compenso però tutto apre prestissimo. Non avendo grande idea di cosa offra la città, ma avendo comunque una fame da lupi ci infilano in un messicano fusion asiatico che sembra relativamente pulito e che offre un temporaneo rifugio dalla calura e dall’umido (qui devono avere le branchie) grazie a una serie di possenti ventole.

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Il pollo allo zenzero passa l’ispezione del nostro critico. Anche la birra si beve con piacere. Il ritorno in albergo è una camminata un po’ random… Ma alla fine, tra mappe e tentativi di interrogare gli autoctoni, ritroviamo la strada di casa e, soprattutto, un morbido letto!!

Cambogia 2018 – Preambolo

L’avventura ha inizio questa volta con qualche giorno di anticipo e una tappa da una nostra cara amica che abita a Roma.

La malcapitata fanciulla ci sopporterà per un paio di giorni mentre aspettiamo che ci raggiunga l’altro membro della nostra spedizione che per motivi di privacy chiameremo solamente C., altra aspirante cinghialotta da viaggio con la quale condivideremo per la prima volta un’avventura a lunga gittata.

Tornare a Roma è sempre una bellissima esperienza anche se ogni volta neri partiamo con la consapevolezza di avere completamente mandato a farsi benedire qualsiasi tentativo di morigerazione alimentare, anche perché noi cinghialotte abbiamo anche una reputazione da mantenere e non possiamo certo mangiare come uccellini, ne va del buon nome della razza.

Ehi, ma non si era detto di stare leggeri

Giotto in a bag

Meno male che c’è Giotto a riportarci all’ordine.

In partenza

20161008_005007Eccomi qui, pronto a partire. Sullo zaino di Elena, con cui condividerò un sedile di classe economica, probabilmente appallottolato in una borsa o nascosto nello zainetto più piccolo che fa da bagaglio a mano. Non è proprio il modo più comodo di viaggiare, ma non posso farci niente. Le compagnie aeree non accettano le prenotazioni da un cinghiale di pezza.

Quale sarà la nostra prossima meta?

Intanto io mi preparo. Fortunatamente io non ho bisogno di grandi bagagli. Le donne invece, anche quelle un po’ cinghialotte dentro, finiscono sempre per riempire fino all’ultima tasca! Speriamo che almeno resti un po’ di spazio per qualche souvenir. L’ho sentita dire che avrebbe buttato qualcosa, pur di riportare un ricordino. Speriamo che non decida di abbandonarmi in qualche luogo sperduto. Sono un cinghiale metropolitano, io!

By Giotto